La storia che sta dietro Il sangue dei vinti comincia nel 2003, l’anno in cui il libro è stato scritto.
Cominciamo col dire che ci troviamo di fronte ad un romanzo, ma che molti hanno definito come un resoconto/saggio storico, sia per le considerazioni in esso contenute che per i fatti e i personaggio citati.
Il realtà, Giampaolo Pansa, usa una storia per raccontare dei fatti realmente accaduti. Si fa aiutare da Livia Bianchi, una funzionaria della storica Biblioteca Nazionale di Firenze, e ripercorre tutti gli accadimenti posteriori al 25 aprile del 1945, il giorno della liberazione. Ed in effetti, il sottotitolo del libro è proprio: “Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile”.
Il libro, pubblicato dalla casa editrice Sperling & Kupfer, è stato molto criticato in Italia, soprattutto dall’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, e da tutta la sinistra italiana.
Il testo racconta e descrive, con dovizia di particolari, i crimini di guerra e le esecuzioni sommarie compiute dai partigiani all’alba della liberazione, verso i fascisti ed i presunti tali. Si parte dai misfatti compiuti a Milano e si arriva fino a Bologna, passando per Torino, Novara, Genova, Vercelli, Modena e tante altre città, protagoniste in negativo (o in positivo a seconda dei casi) di quei giorni.
Ciò che stupisce del libro, a parte il grande quantitativo di fatti narrati, è la precisione con cui Pansa descrive gli avvenimenti, riportando nomi, date e luoghi. E ciò a contribuito ad incrementare non poco le critiche verso questo volume.
L’autore sostiene che al termine della guerra ne iniziò subito un’altra. Una guerra civile, stavolta. Sotterranea e occulta. Che, come ogni guerra, è sbagliata, e che non ha avuto la giusta risonanza, né sul libri di storia e né tantomeno nelle memorie della gente.
Poi, c’è una storia nella storia. Che ancor di più ha fatto nascere critiche e disapprovazioni verso Il sangue dei vinti.
Livia Bianchi, la solerte bibliotecaria che nella narrazione di Pansa aiuta lo stesso autore a scrivere il volume, ha un’omonima. Ed è una partigiana, Medaglia d’oro al valor militare, caduta a 26 anni nel 1945. Questo personaggio, nato dalla fantasia di Pansa ed apertamente dichiarato all’inizio del libro, ha suscitato la piena indignazione dell’ANPI, che ha trovato la scelta del nome “di dubbio gusto”.
Un’altra delle tante critiche ricevute da Pansa è arrivata da Giorgio Bocca che l’ha accusato “di aver gettato fango sulla Resistenza”.
Pansa è stato anche accusato di aver adoperato quasi unicamente fonti fasciste e di non aver tenuto conto del contesto di violenza che generò quella reazione da parte dei partigiani.
A tutte queste critiche, il giornalista e scrittore piemontese, ha risposto con un altro libro: La grande bugia, dedicato a tutte le reazioni originate da Il sangue dei vinti. E, successivamente, ne ha pubblicato un altro: I gendarmi della memoria, sempre sullo stesso tema.
Quest’ultimo ha chiuso la “trilogia dei vinti”, com’è stata definita.
Personalmente ritengo che questo libro vada letto, al di là che si sia d’accordo o meno con Pansa. Io l’ho trovato molto interessante. Ben scritto e scorrevole.
Da consigliare assolutamente.
A presto.




Io l’ho letto, e non solo questo, e devo dire che Pansa è veramente un uomo di tutto rispetto in quanto, nonostante sia comunista, ha preteso il rispetto dei vinti, dei morti insomma.